martedì 24 aprile 2007

Berlino. E' giunta l'ora di leggersi la documenta di Kassel...prima che le pagine si sbriciolino

Cari compagne, cari compagni
la vostra compagna cronista sta per essere inviata come relatrice nella gloriosa DDR. Il suo punto d'osservazione sarà la Erich-Weinertstrasse, ma per meglio individuare i nemici del Partito, quelli più pericolosi, i fuoriusciti, attraverserà la cortina di ferro in treno.
Insomma, sono felicissima!
Questa domenica io e il mio ragazzo abbiamo girato la città sulle orme di FotoGrafia (http://www.fotografiafestival.it/ ), la nostra ultima tappa è stata il mezzanino giallo della stazione termini, dove stavano esposte le foto di Nuovi e Nuovissimi topografi.
Dopodichè, tanto per informarci, abbiamo fatto un salto alla biglietteria internazionale.
Erano rimasti 5 biglietti in superoffertona da Roma a Berlino, le tariffe più basse per una estate da supergiovini, insomma, e con un astuto colpo di mano ho convinto il mio ragazzo a comprarli!
Dopo di chè ho richiamato una certa signora toscana, che per fare uno sfregio a tutti i tedeschi che si appollaiano sulla valle del chianti, si è comprata una casa al centro di berlino, vicino al viale delle castagne. La signora in questione avrei dovuta contattarla intorno all'11 aprile, ma aspettavo che il mio ragazzo uscisse dalla catatonia e si decidesse a comprare i biglietti. Ovviamente io avrei voluto partire con la compagnia più lowcost di tutte in aereo, perchè per quanto faccia molto Lawrence, a me di stare 24 ore su un treno non mene dice. Ma lui si è lamentato tanto che ha vinto. In compenso avevo tentato di accollargli questa parte dei preparativi, ma come è ovvio...
Un proverbio russo dice "se vuoi che una cosa sia detta, scegli un uomo. se vuoi che una cosa sia fatta, scegli una donna".
La signora tosca ci ha tenuto un giorno e mezzo sulle spine, e poi ci ha fatto sapere d aver ricevuto "proprio in questi giorni" altre richieste per lo stesso periodo, ma che in qualche modo, se noi fossimo stati lesti a pagare la caparra, ci avrebbe accordato la precedenza.
Litigando con la tecnologia bancaria più avanzata alla mezzanotte di questa notte sono riuscita ad inviare alla sospettosa un vaglia online.
Speriamo bene...Sogno un viale pieno di castagne e una metro dal nome U2 che invita alla partecipazione più spinta!
Detto ciò,
avrei voluto tanto parlarvi delle cose che ho visto al festival internazionale, ma invece elencherò il mio tragitto, perchè sarebbe davvero un post troppo lungo:
-Museo Intrastevere
word press photo;
il 77
-Ara Pacis
i nuovi topografi si scelgono dei nipotini tra i nuovi fotografi (a volte inspiegabilmente..quel tipo che fotografa tapparelle storte merita tanti calci in bocca quanti denti ha);
orrende foto di ex voto
-Termini
alluvione 60 anni fa;
terre di riforma (la puglia..bellissima);
i resti di battaglie famose del risorgimento (credo..sicuramente il mio ragazzo sa di quand'è la battaglia di magenta, ma quando mi scopro così ignorante taccio per non farlo disamorare) oggi;
ex cementifici e reattori nucleari a fotoshop rivelano meraviglie.
Buonanotte

domenica 22 aprile 2007

Oliviero Rainaldi e Pietro Ruffo

qualche giorno fa Ottavio Celestino ( http://www.ottaviocelestino.com/home.htm ), ci ha fatto fare un'incursione dentro il pastificio cerere.
Dalla finestra del bagno e dalla sala computer abbiamo una vista sullo studio di uno scultore, quando la porta è aperta. Questo Scultore è Oliviero Rainaldi. Le sue opere, viste attraverso il filtro della proibizione mi hanno sempre affascinata, e anhe la sua persona..è un tipo a metà tra john fante e pippo baudo (o mio dio l'ho scritto!!!), nel senso che ha quei bei lineamenti abruzzesi decisi alla john fante ma una stazza simile a quella di pippo baudo, con delle ciocche di capelli lunghe incrostate di polvere di marmo, che rimangono siggilate nel loro tuffo all'indietro, e degli occhialini sottili rotondi che fanno proprio parigi 1950. Anche i pantaloni con le piences e la camicia chiara a metà manica fanno 1950.
Per quanto riguarda le sue opere..ecco...avete mai visto qualcosa di imobile compiere gesti impercettibili? sotto il trscorrere delle ombre e delle luci naturali che riempiono lo studio, le sue figure umane, che fanno pensare ai fantasmi, o agli incontri fugaci in cui i lineamenti si perdono, compiono impercettibili rotazioni, piccoli gesti.
Con noi è stato gentile, ci ha accolte (eravamo 5 studentesse della scuola) come se fossimo vicine di casa, con semplicità ma una certa diligenza (insomma ci ha degnate utte della medesima attenzione..), e ci ha regalato un atalogo a testa...Noi celo siamo fatte dedicare (che sceme buffe!!!!)
Pietro Ruffo è invece un giovinotto col barbone scuro e gli occhi limpidi.
Ha uno studio che per metà sembra occupato da scatoloni, per un'altra metà dalle sue opere. Ne usa una, un disegno su una carta auto-portante (piegata in modo da regersi in piedi da sola), come paravento, per isolare la sua scrivania. sull'ingresso poltrone di design fingono di non essersi rifatte il trucco, mezze ciancicate e impolverate.
Bè entriamo e interrompiamo il suo lavoro, ci sediamo sulle poltroncine, e lui, che raccoglie la concentrazione e per un momento sembra tutto inteso nel suo ruolo d'artista. Allora, con alcune incertezze ci parla dei suoi ultimi lavori, ce li fa vedere (d'altra parte la stanza li rigurgita..appesi appoggiati, o avvolti nel millebolle, ci circondano e chiedono attenzione) celi spiega..anzi, per meglio dire si spiega: un pò ci rivela i concetti che ci sono dietro un pò celi nasconde per misurare quanto siano forti le sue capacità comunicative come artista.
Sembra essere molto soddisfatto quando sene dà la lettura corretta.
Parliamo del concetto di rilievo, di scala geografica e antropologica.
Parliamo di alcuni ultimi suoi lavori che riguardano questo tema, uno del 2003 che accosta città prese dal satellite e macro di fiori, uno dediato alla biblioteca mercede (site specific)e quell sulle bandiere.
Ci dice che all'attuale la critica lascia molta libertà all'artista di esprimersi, che l'impotante è il concetto, ma il tratto, lo tile, la riconoscibilità hanno perso molto in valore.
Sembrava stare un pò come davanti ad una platea di intervistandi...
ma è stato comunque il più genuino possibile visto la natura dell'incursione (inaspettata!).
Tra i due artisti lo scarto generazionale è forte, emanano forte della loro epoca, e averli accostati in una mattina lo ha fatto balzare fuori.
Mi sono divertita un pò.
Ciao ciao occhi belli

Giuseppe Celi

Questo dolcissimo (e bravo) pittore mi ospita da oggi con le mie fotine su questa pagina. Andate a vedere i suoi quadri, che sono piacevolissimi, e butate un occhio alle mie fotine... Ciao! www.artecorrente.com/daniela_ionta.html

domenica 15 aprile 2007

Le vite degli altri

L'ispettore Derrik muore di invidia.
Il film è molto molto carino. Il mio è un cuore inaridito è ipercritico, eppure sono state tante le cose che mi hanno commossa durante la visione. Prima di tutto la fotografia. Una qualità dell'immagine che potrei dire nostalgica, e una sottoesposizione continua degli ambienti, dei visi, una sorta di viraggio dei colori, che fa tutto ocra e blu, una granetta talmente suadente..YUM!, che fa pensare appunto all'ispettore Derrik dall'altra parte del muro.
L'ambientazione è quasi borghese, siamo ai piani alti della DDR, tra i privilegiati, tra la gente di successo.
Il film riprende molte questioni, dalla posizione dell'artista sotto un governo mecenate e censore, alle questioni di politica e morale, e ne tratta rifrangendo i punti di vista possibili su ognuno dei personaggi. L'effetto di questa scelta è che ognuno di loro diventa protagonista, e allo stesso tempo l'assenza di uno solo di loro creerebbe una lacuna importante nella tessitura unitaria del discorso e della trama.
Ci sono poi momenti di tensione, momenti di speranza e di tenerezza.
E' uno di quei rari film che chiama alla partecipazione emotiva chi guarda, ma lo fa senza ammiccare, quasi per ovvia aderenza all'umano.
Racconto solo le impressioni, altro non voglio dire, per non sottrarre lo stesso piacere che io ho provato a chi andrà a vederlo.

domenica 8 aprile 2007

Il Pranzo di Pasqua

Il Pranzo di Pasqua costa sempre alla mia coscienza circa un'ora di tapiro urlante.
Durante quest'ora io leggo tutto ciò che trovo a casa.
Ma perchè mio padre legge l'espresso?
In questo numero Pansa intervista Fassino.
Questa si che è una giusta punizione per i miei bagordi.
Buonanotte mangioni

lunedì 2 aprile 2007

Non ami Roma?

No. Non lo so. è una domanda un pò difficile non credi? Passeggiando per villa Celimontana incontriamo Giorgio. Giorgio quella sera c'era anche lui alla festa dell'inaugurazione. In abito grigio con tanto di panciotto, abbronzatissimo e altissimo come si conviene in dicembre (?), distribuiva il suo biglietto da visita a cani e porci, e intratteneva il mio ragazzo già ubbriachissimo e dal sorriso molto ebete. Giorgio è un ragazzo molto fortunato, il papà infatti ha una agenzia di comunicazione, o pubblicitaria, o giù di lì, e lui può amabilmente permettersi di incontrarmi a villa Celimontana e dirmi che il mio insegnante e la sua socia, quelli che gli hanno prestato lo studio per farci i cazzi suoi, o del paparino, o comunque delle foto per la sua agenzia, e si permette di dirmi, dicevo, che loro non sono granchè simpatici. Che la tale socia è un pò aggressiva. Che comunque sono poco carini con le modelle. Riflettevo qualche giorno fa, di come quel mio insegnante che ha prestato il suo studio a Giorgio, sia completamente meritevole di tutto ciò che ha. E ciò che ha non è solo la sua arte, ma una buffa emozionante vitalità. E una vanità stortignaccola, di un passato assortito da raccontare. Giorgio, tu che cazzo hai fatto pr meritare quello che hai? Che cazzo hai fatto per meritarti di recriminare? Detesto questa città, dove incontri sempre le stesse facce, e le stesse facce tengono le briglie. Se quelle facce imponessero alle proprie bocche un rispettoso silenzio, odierei meno questa impudente razza magnona che si siede sui colli e sui monumenti, col grasso culo che scorreggia melancolicamente dove non deve. Vorrei stare in un posto dove il mio nulla e un nulla per bene. Un nulla posseduto da chiunque e a cui chiunque si adatta. In una città dove chi dirige i giochi evitasse di mostrare le ginocchia pelose in bermuda negli unici luoghi dove i poco scaltri proletari o la non agganciata classe media ha da riposare le sue frustrazioni. Io capisco perchè la Socia è una donna aggressiva. Giorgio capisce invece le radici della sua aggressività? A che pro sparlare... E tutti alla festa si chiedevano "ma chi cazzo è Giorgio?"

sabato 31 marzo 2007

Dürer o Carracci?

Dürer.

Caro Carracci, Ma perchè? la mostra al chiostro del Bramante ha una didascalia da viaggio d'istruzione delle medie. Le tele sono accostate un pò per periodo e un pò per tema. Carracci. Ma chi era? La mostra confonde le acque e confonde il fruitore. Carracci umanista, poi barocco, poi nuovo Raffaello, poi oppositore di Caravaggio con i paesaggi, Caravaggesco nei ritratti, poi dipintore di Santi, e che altro ancora? attento al realismo eppure deformante come un primo Van Gogh. Spinto nell'europa dai mecenati e dagli stili sembra uscirne piuttosto confuso. Ma che dire. Io non lo conosco, e nemeno ho il piacere. Si gira per le sale chiedendo Pietà. Finalmente la pietà arriva. E' l'ultima tela e forse la più forte. Tutti gli sguardi si incrociano, gli occhi sono stroppicciati dal pianto e i gesti naturali. Il premio per la tela più divertente va alla Venere, con la schiena di Venere gentilmente interpretata dalla schiena del Ludovico Carracci. Venere appare come una casta preda, e intorno al lei si agita un fauno ammiccante e un puttino leccapatonze. La cupidigia del fauno viene invece temperata da un puttino reggicorna. Dürer è trascinante. La mostra è un pò strana. Dovrebbe essere basata fra il cofronto fra autori, ma davvero non si comprende su che cosa si basi questo confronto. Sembra una cosa un tantino arrangiata. Roma Firenze una linea rossa. Che cosa avete nei vostri sgabuzzini? Boh, qui avremmo un bacchino malato e due monete di bronzo romane. Bahf. Però Dürer. Tutti gli artisti Italiani sembrano affannarsi a copiazzare le sue stampe, ma nessuno ha quel tratto veloce e disinvolto. Questi personaggi da fumetto, quelle ambientazioni nordiche. I suoi alberi si contorcono con una certa naturalezza, gli animali saltano. Niente in lui ha un'aria composta o sospesa, e guardarlo è una gioia. vabò. ciao

venerdì 23 marzo 2007

brucerò all'inferno

Oggi il prete ha bussato per la benedizione pasquale. "non ne abbiamo bisogno, grazie", ho risposto. Una mia compagna di casa si è buttata fuori dalle scale ad inseguirlo..e l'ha trvato. L'ometto si è intrufolato subito in casa, posteggiandosi in corridoio. Poteva da lì così godere di una pittoresca vista sulle mie mutande e i miei calzini sporchi buttati al centro della stanza. Ho chiuso la porta. S'è risentito!!! Ha detto alla mia amica che se io pregassi il mio astio verso i preti andrebbe via, e capirei che cene sono anche di simpatici. ma io non odio i preti, io odio la pretofilia! hihihihi baci belli

Non tutte le gatte partoriscono gattini ciechi

vi inoltro la mia ultima fatica letteraria..hihihi ;)
Non tutte le strade portano a Roma e non tutte le mostre riescono col buco, nonostante i presupposti… A Roma l’acquisizione di spazi per la cultura è una necessità sentita fortemente da tutti gli operatori del settore, e bisogna dire che il recupero dell’Ex Gil è davvero un intervento riuscito. Gli spazi sono freschi e luminosi, e la rigida divisione in sale, secondo i principi della trasparenza costruttiva, è quanto di meglio si possa desiderare per ospitare una mostra collettiva. Su una parete è rimasta impressa come basso rilievo la memoria delle imprese africane di tardo colonialismo italiano (o all’italiana per meglio dire), cosicché aver rubato a questa pagina spiegazzata della storia una gestione del tempo libero del tutto inaspettata rispetto all’ipotesi di partenza per questo edificio infonde una punta di euforia. La mostra, che vuole essere un’anteprima al sesto Festival Internazionale di Roma FotoGrafia, è curata magistralmente, non solo per quanto riguarda la scelta del progetto e la scelta del luogo, ma anche per quanto concerne la parte più propriamente pubblicitaria: alla mostra è stato dedicato un portale su internet, funzionale, completo nelle informazioni e dalla grafica attraente, e da uno sguardo superficiale si può dire che anche il catalogo della mostra sia un oggetto molto piacevole. Non si può dire lo stesso per quanto riguarda la scelta delle opere, che a volte non si rivelano all’altezza dei lavori precedenti degli artisti chiamati a partecipare. Ma andiamo per ordine. I primi fotografi che incontriamo alla destra dell’ingresso, sul piano rialzato sono Guy Tillim (Johannesburg, 1962) e Giuliano Matteucci (Roma, 1976). Il progetto di Guy Tillim è molto interessante nelle intenzioni, che sarebbero quelle di ripercorrere le tracce di San Francesco in Sabina. Qualche attento camminatore della conca reatina sicuramente godrà nel riconoscere i luoghi della sue identità regionale, ma di per sé le foto non hanno molto nerbo, perché sembrano mancare di una reale tensione narrativa e introspettiva. Ma ad essere sinceri lo sguardo neutro dell’autore potrebbe anche funzionare aiutato da una buona stampa: si sente l’assenza di una accurata postproduzione che marchi i soggetti delle immagini, e per di più il getto di inchiostro sembra virare al seppia, questione che pone di per sé già delle domande. Due oggetti stranianti compaiono in queste immagini: un televisore abbandonato in una radura vicino Piè di Maggio e un Sant’Antonio di gesso sdraiato sull’asfalto in mezzo ad una cortina di figure umane spezzate. Sulla parete opposta Giuliano Matteucci ci guida fra le tenere nebbie di Farfa. Il Tevere è una lastra di alabastro su cui gli oggetti naturali e umani si poggiano senza lasciare ombra, e solo i riflessi lattiginosi, di una barca, di una canna di fiume, separano il cielo e le acque. Questa volta il getto d’inchiostro non ferisce il supporto di carta ruvida e porosa, e avvicina le foto ai bozzetti dei paesaggisti tardo settecenteschi, aiutato anche dalla naturale bicromia del luogo, composto solo dal bianco del cielo e dal verde delle piante. In questa atmosfera sospesa e irreale compaiono due oggetti che sembrano provenire dalle foschie della memoria: una sedia minimale buttata su un argine, di quelle dell’infanzia sui banchi di scuola, e l’insegna di un agriturismo dal nome parlante, “la luna sul Tevere” inchiodata sbieca ad un tronco. In fondo alla sala principale incontriamo Angelo Antolino (Napoli, 1979). Espone “La strategia dell’attenzione”, un a serie di immagini realizzate nel 2006 presso il borgo che ospita l’Abbazia di Farfa. Il suo lavoro è un lavoro dialettico: alla sinistra dell’osservatore abbiamo l’interno dell’abbazia, vista attraverso l’esistenza di un monaco che ha scelto la clausura; sulla destra la notte nel borgo ribatte alle foto di interni. Ma in realtà ci troviamo di fronte a due tenebre, a due silenzi e a due isolamenti che non hanno molto da comunicarsi, e che seppure simili sono in sostanza l’uno all’altro vietati. Un maligno pensiero laterale suggerisce che il monaco, ritratto nelle sue letture, nella preghiera o seduto all’organo non si perde poi un granché: le pietre del borgo sembrano immote dalla loro fondazione medievale. Subito a sinistra la Sala Boso si apre ad ospitare altri tre giovani artisti, si tratta di Xavier Ribas (Barcellona, 1960), Raphael Dalla porta (Parigi, 1980), e Luca Nostri (Faenza, 1976). Partendo dal fondo troviamo le bellissime stampe cromogeniche di Xavier Ribas, tratte dalla serie “Vulci”, scattate sull’omonimo parco archeologico. Sono immagini di grande eleganza, dalle inquadrature ortogonali, dove il campo è quasi sempre diviso nettamente in due settori. Con grande semplicità riesce a raccontarci le diverse fasi si una stessa storia umana: la vita agreste contemporanea rubata allo scorrere impercettibile del fiume che è quasi palude in questo tratto, e l’insediamento remoto che l’ha preceduta, con i pochi tratti di una parete in opus reticulatum e di un perimetro murario. Tra queste immagini una emerge per la sua enigmaticità: sulla riva a valle, davanti all’alta parete a monte i cui strati sono trafitti da una vegetazione sparuta e contorta, il fiume ha lasciato un messaggio dal codice ignoto, fatto di rami spogli piantati nel fango. Eccoci al più giovane del gruppo, ma non per questo meno premiato: Raphael Dallaporta. Il suo occhio attento si è sparso sul litorale laziale, tra i confini nord e sud della regione. Ogni sua foto racchiude l’attesa di un piccolo evento. Le immagini sono purissime, disciplinate e luminose. Si rifrangono tra loro esaltandosi, anche se gli situazioni ritratte sono di varia natura. Raccontano bene la vita del mare, lungamente silenziosa e deserta per i molti mesi che precedono le ferie d’estate. Gli unici esseri umani che compaiono a sfidare i suoi silenzi sono supereroi in muta dediti alla tavola da surf. Altrimenti l’Uomo è l’essere che lascia segni decifrabili solo alla luce di uno sguardo ironico: un’insegna a forma di squalo verso i cancelli di ostia si ripara dalla stagione fredda con un involucro di plastica da cui spuntano solo il muso e la pinna caudale, e una piccola auto d’epoca isolata dall’alluvione dell’alta marea. Il confine tra Lazio e Toscana e segnato dalla schiuma di un’onda. Luca Nostri ci mostra immagini senza mistero. Svolge puntualmente la sua indagine sull’Appia, seguendola fino alle porte della Campania, accostando in maniera analitica aree archeologiche e segni urbani. Tutti gli elementi fotografici sembrano essere indirizzati ad una funzione meramente descrittiva: la luce è cruda, le ombre nette ma comunque quasi assenti, il taglio non è largo e non è stretto, ma la compresenza di elementi che riuscirebbero di per sé ad essere un buon soggetto, fa si che non sembri neanche giusto, perché la prospettiva scelta fa si che uno di questi risulti sempre sminuito sulla scena, e faccia infine solo da disturbo. Dispiace, perché nel lavoro c’è una buona concentrazione rispetto al tema, e in alcune immagini notturne il fotografo prende la sua rivalsa sull’ indagatore, con un gusto per l’ombra e per i colori che lascia sorpresi. Ai piani altri dell’edificio finalmente Luca Campigotto (Venezia, 1962), con una sala completamente dominata dalle sue immagini. Gli scatti ritraggono le isole di Ponza , Santo Stefano e Ventotene da un punto di vista che riesce benissimo ad essere poetico e storico. Queste sono le isole della prigionia e del confino, i luoghi di detenzione di anarchici e antifascisti, e sorridono ben poco al turista. E’ un vagabondare per le linee estreme dei loro profili, che conduce ad approdi inaspettati: le carceri abbandonate di Santo Stefano, i resti delle miniere e un vecchio fortino. Ma non c’è vero riposo in questi resti di “civiltà”, che osservano severi dalle finestre cupe e sbarrano il passo con recinti e porte divelte. Il paesaggio è più esplicito, e assale chi guarda. La natura minaccia con un cielo di latte cagliato, dove un sole cieco fa comparire di quando in quando delle fosse opaline, per citare Nabokov. La scogliera è brulla e il mare impensierito sbatte contro le rocce. Davanti alle foto ci sente come nel preludio di un poema epico, e l’impressione è di una grande energia che attende liberazione. E liberati da questa ultima emozione estetica si può tornare a casa in pace con gli organizzatori della mostra.

Cinema a pacchi..

Dovrei parlare di questo film, perchè è esattamente il film che aspettavo di vedere da settimane, e che aspettavo per scrivere qualcosa di interessante.
Il film in realtà non dice nulla di stupefacente. Anzi, secondo me sono stati anche abbastanza ottimisti e moderati. Ha un bellissimo montaggio, gli attori sono dei fighi, eppure non mi convince. E' un pò sfuggente. Doveva essere un film partigiano e viene da chiedersi, ma PARchè? ma PAR chi?
Parliamo invece del fatto che sto pirateggiando con e-mule e che mi sto scaricando tutto truffaut!
qualche giorno fa ho visto l'ultimo metrò, e ieri notte dopo il cinema, per puro caso, ho visto la mia droga i chiama julie.
Dico per puro caso perchè non ero a conoscenza del fatto che tra i due film ci sono dei meravigliosi richiami filologici. Il nome della protagonista femminile, Marion (Marianne pronunciato con adenoide francese forse?), l'attrice protagonista, una deliziosa Deneuve senza ancora il sopraccigliostupefatto, e le caviglie più golose che la cinematografia ricordi, nonchè alcune delle battute più sgraziate: tutta la questione dell'amore come gioia e sofferenza. Spero solo che sia tutta colpa della traduzione italiana, perchè nel dire che guardare il volto dell'amato è una gioia un giorno è una sofferenza il ciorno appresso, è una cosa banale e maldetta anche nel 1968, e in ogni caso l'anno detta meglio Archiloco, Saffo e Catullo.
Penso che ci sia dell'ironia, dunque.
Non solo, ma la protagonista di questi film si trova sempre tra jul e jim, ovvero felicemente contesa tra due uomini.
Non so se valga solo per me, ma un pò questa supposizione di truffaut, che una donna non sappia mai scegliere tra due uomini, che una donna abbia due nature, e soprattutto che le donne non sappiano distinguere tra amore e tenerezza, mi fa un pò incazzare. E mi fa incazzare perchè suppone bene.
L'ultimo metrò più che L.M.D.S.C.J. mi è sembrato uno di quei film che ti fanno dire: ecco l'autore nella sua maturità artistica. Trai suoi che ho visto (che non sono pochi, ma saranno sempre pochi rispetto a quelli che mi mancano da vedere), fino a questo momento mi sembra l'unico conchiuso (non ci sono troppi "finali" in Truffaut, piuttosto dei "FINE"), Con una costruzione che non si slabbra, non lascia dubbi, e con i dialogi meno surreali. I dialoghi surreali li infila tutti nei pezzi di teatro raccontati nel film.
Un'altra cosa che proprio mi diverte in questo regista è il suo modo di vedere il sesso: è proprio un sesso con la maglietta a strisce e il basco blu! Quando il sesso compare nei suoi film vuol dire sempre e solo una cosa: sesso! Due persone si desiderano, ed è semplice, lo fanno e basta, lo fanno durante il loro primo bacio. Possono essere turbati dal nazismo, o allegri come una coppia appena sposata, ma il sesso non ha mai un significato altro, morboso o nascosto. Un rapporto nascosto, un'intesa speciale viene rivelata dal gioco di sguardi in scene successive piuttosto, come se il sesso fosse niente altro che un incontro particolare, il cui senso profondo si esplicita con il tempo.
mica come quel morboso cane andaluso di Bunuel! qualcuno mi metta l'accento circonflesso, per favore.
Buonanotte